Testi critici sciortino francesco - francesco sciortino

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Alfred Hitchcock disse a dei giornalisti che, durante una conferenza stampa, criticavano la prolissita’ di certe scene del film che avevano appena visto: “Signori, di tutto possiamo discutere tranne che del mio talento!”.
Questo lo si può ben applicare alla personalità di Francesco Sciortino, dalle cui opere traspare, anche a chi non ne ha una conoscenza abbastanza approfondita, l’innegabile essenza del pittore che sa divertirsi nel gioco dell’evoluzione creativa.
Della poliedrica produzione di questo giovane artista, in ogni modo, vanno prese in particolare considerazione alcune opere, come quelle di ispirazione mitologica e quelle in cui figurano i Derwisches Tourneurs (il cui soggetto è quello che preferisco maggiormente) che sono, secondo me, i lavori dove il cromatismo di Sciortino diventa linguaggio.
Franco Battiato
Milo 1992
Oltre Bagheria

C’è una Bagheria dove le plumerie profumano ancora; dove volti di case glabre e silenziose come sfingi custodiscono memorie; dove cieli e rupi, tramonti e mezzogiorni dialogano solo con l’infinito.
Oltre le insensate carneficine di uomini e cemento, oltre l’accumulo e l’odio, la sconfitta e la distruzione, c’è una Bagheria la cui luce astrale è inviolabile. I suoi ulivi, come la quercia di Parsifal, spezzano l’incantesimo delle tenebre.
Lampi e tempeste, unicorni e streghe, ne proteggono il valico, ostruito dai cadaveri di coloro che si credono vivi.
Al di là, la pace trionfale è riservata a quell’auriga che saprà padroneggiare il destriero delle passioni luciferine.
Al di là, in quella Bagheria abitata da sognatori del tufo e della tela, i dervisci danzano l’armonia delle sfere.
Nessuno ce la potrà strappare, quella Bagheria. Su consigli comunali e piani regolatori, su neri miliardi e malefici, continueranno a planare gli avvoltoi delle rovine. Ma noi domatori pazzi, noi esaltati cavalieri dell’Assoluto, noi solitari contemplatori di pietre, emigreremo per sempre nella beatitudine astrale di Sciortino.
VITTORIA ALLIATA
Bagheria 19977
Finestre aperte sull'inneffabile

Francesco Sciortino ha trovato nelle sue ‘Illuminazioni’ un universo visivo e concettuale consono alle sue esigenze pittoriche e spirituali. Sentiamo, percepiamo, che Sciortino indaga a un livello di grande tensione esistenziale. E non soltanto. Ha anche trovato, sul suo percorso di artista, il modo pittorico più adeguato per esprimerla. Questa sua nuova ricerca segue un duplice cammino che lo ha portato da una prima serie di “Illuminazioni” aperte su vedute e paesaggi a una ulteriore serie di ‘Illuminazioni’ che li rispecchiano. Ma non si tratta di comuni vedute e paesaggi. Nell’insieme, le ‘Illuminazioni’ di Francesco Sciortino trattano un tema che potremmo definire altamente simbolico. Il suo occhio terreno di pittore è, certo, maestro di linee e di coloriture; ma si protende verso una visione ineffabile. Quale? Potremmo citare Rumi (poeta mistico del XIII secolo) che in ‘Inafferrabilità’, una delle sue più belle poesie, scrive: ‘(…) Se nella forma è presente, sfugge per il cammino dell’Essenza/ se poi lo cerchi in cielo, risplende nell’acqua come chiaro di luna/ e come entri ad afferrarlo nell’acqua, fugge rapido in cielo!(…) e quando nello spazio lo cerchi, fugge nel senza luogo’.
Un riflesso di questa libera Essenza è captato in questi quadri. Il pregio di Francesco Sciortino è di farlo con maturità pittorica. Egli rende il ‘senza luogo’ immateriale in equilibrio dialettico col ‘luogo’  materiale è reale, stabile, concreto; minuziosamente reso, perfino iperrealista. Si tratta di uno spazio ancorato alla metafora della porta, della finestra e dell’arco, simboli dell’opus  umano, come lo sono le mattonelle di ceramica, il vetro, le ante di legno, i rari oggetti che si intravedono, lo specchio. Siamo nella realtà della misura umana. Ma la scena ci coinvolge come se guardassimo da quel ‘punto di fuga’ che le teorie pittoriche rinascimentali elaborarono (col concetto di ‘finestra’ dell’ Alberti) per porci al centro di un equilibrio astratto: l’illusione pittorica. L’illusione ci capta. Le forme sono frutto della razionalità, come lo sono le proporzioni geometriche e gli equilibri rigorosi, ma arcate, verande e terrazze si aprono su tramonti, albe, addensamenti, luminescenze, rifrazioni. Tutte cose che, per loro essenza, sono di natura mutevole. Tra acqua, terra e cielo, qualcosa vibra, appare, si rivela, e nel contempo sfugge e si nasconde nella luce e tra le nuvole. Insomma, con graduale passaggio dal materiale all’immateriale, dal contingente all’immanente siamo invitati a contemplare un mistero.
Il sentimento più struggente al cospetto di questi quadri è che il pittore non soltanto ci pone a suo fianco come se dessimo le spalle alla parte nascosta della scena ma, anche, attorno a noi tutto è silente.
Siamo del tutto soli. Non c’è nessuno, non c’è anima viva. Vivo è ciò che non è costruito o fabbricato dall’uomo, quello che rientra nell’ordine cosmico degli elementi naturali.
Nella prima serie di ‘Illuminazioni’, davanti a noi si spalancano delle aperture protese verso mare, nuvole, luci, ombre, cielo. Coloriture d’alba, striature di tramonti, annunci di tempeste o serenità pomeridiane. Davvero, gli elementi naturali sono come l’animo umano! Il pensiero si illumina, vacilla, vorrebbe volare. Ma no, non oltrepassiamo la porta, non possiamo oltrepassare il limite.
Qualcosa ci ancora alla materialità, e l’intera visione dello spazio si occulta dietro le mura. Ci  resta la contemplazione di una parcella di vastità. Proviamo un sentimento che oscilla tra la percezione di una seducente bellezza  e una soffusa malinconia. Le mura, talvolta, sono consumate dal tempo, l’intonaco si sfalda, il legno scolorisce, il luogo sembra abbandonato. Tra gli elementi  evocati qui c’è anche l’idea del tempo che incombe.
Nella più recente serie di ‘Illuminazioni’, Francesco Sciortino ha capovolto i termini spaziali e introdotto la forma dello specchio. La soluzione è ardita. Introduce a una ulteriore fase di riflessione, più surreale. La logica della composizione è capovolta. Torniamo verso l’interno, verso la porta da varcare, verso il muro di fondo. Siamo forse condannati a riabituare la stanza da cui volevamo evadere per contemplare gli spazi? Sembra di no. In perfetto equilibrio, ci aspetta, al limite della porta uno specchio ovale.Un altro mistero.Vi sarebbe molto da dire sulla simbologia dello specchio (“Noi vi scorgiamo a una distanza abissale, in un cerchio delimitato, il mondo immenso” ha scritto Victor Hugo).
E, di certo, lo specchio non è un elemento casuale. Nei quadri di Sciortino, riflette un frammento dello spazio che abbiamo alle spalle e ci ricorda la drammaturgia della luce e degli elementi. Insomma, sembra dire: “ovunque tu guardi, se sai vedere, scorgi l’anima mundi’. Nessun compiacimento in questa riflessione. Ma rigore e controllo dello stile pittorico, alleggerimento della materia, sfrondamento delle forme, rinuncia a precedenti accenti espressivi o romantici. D’altronde Francesco Sciortino non si accontenta di raggiungere la metafora perfetta. Ed è meglio così. Egli esplora anche altre elaborazioni, altre possibilità. Sotto l’apparenza così armoniosa dei suoi quadri, cova un animo inquieto, radicato nella Sicilia dalle grandi tradizioni pittoriche e riflessioni sull’esistenza. In alcuni quadri troviamo equilibri asimmetrici, tonalità intense e gravi, pareti sofferte, scorci enigmatici, quasi da ‘pittura metafisica’.
L’artista si è inoltrato in una zona di ricerca le cui premesse erano già in qualche maniera annunciate nelle opere più giovanili, ma adesso le affronta con maggiore consapevolezza. Nelle ‘Illuminazioni’ la contemplazione si rispecchia tra l’anima e l’occhio. Sono, appunto, un’illuminazione.
TONI MARAINI
Roma   2003
L’anima e la geometria

I grandi pittori, in qualche modo, da sempre sperimentano le conseguenze di una verità la cui ovvietà non smette di stupire: corpuscolare od ondulatoria che sia la sua natura, non c’è azione umana, evento, avvenimento che possa darsi al di fuori della luce.  Ma, oltre a ciò, un’altra verità è nota a chi sa, per mezzo del colore, condensare la condizione umana in immagini: non c’è stato interno, nascosto, emotivo della mente umana – o dell’animo –che non possa essere tradotto in un’immagine eloquente. In altre parole, la luce non rende possibili e visibili soltanto le azioni esterne a noi, ma anche quelle interne che, dalla profondità della mente, indirizzano la percezione del mondo: i moti dell’anima, si diceva un tempo. Colore e luce rendono possibili le azioni e la loro rappresentazione. E, tali immagini, è l’arte, la pittura anzitutto, che si è fatta carico di rendere pubbliche, osservabili, tramandabili. Un esempio? Quando, dopo i macelli laici delle grandi guerre mondiali del Novecento pensavamo di sapere tutto sui confini della bêtise umana, è stata la pittura di un ‘irregolare’ come Francis Bacon a mostrarci quanto poco sappiamo ancora dell’orrore che può promanare dalla specie Sapiens Sapiens.
Altro esempio? Se il successo della Psicoanalisi ha imposto una vulgata interpretativa di facile applicazione ai comportamenti umani – appiattendoli, spesso, su un campo di polarità dialettiche, vicendevolmente implicantesi, che riducono la fenomenologia dell’umano a un repertorio bloccato e atemporale – la pittura di Francesco Sciortino ormai da due decenni e più lavora incessantemente  a scoprire la sezione aurea di quelle polarità. A cominciare dalla coppia fondante, la polarità conscio/inconscio , perché “la psiche è divisa primariamente in coscienza e inconscio, che sono tra loro in un rapporto di compensazione”(J.Hillman). Il senso della pittura di Sciortino è tutto nel lavoro di progressivo ampliamento, a cerchi concentrici, di tale polarità fondamentale, come il ciclo (in fieri) delle Illuminazioni suggerisce.  È qui, infatti, che l’artista bagherese mostra al meglio la sua indiscussa capacità di giocare con un repertorio simbolico di immediata forza evocativa: l’interno geometrico, chiuso, perimetrato dai motivi a ‘vela’ dei pavimenti maiolicati è in realtà un falso interno, aperto come è, e in balìa, di un fuori che in realtà è un dentro – il mare come regno pulsionale, come inconscio ai confini del quale comincia la superficie profonda della coscienza e dell’Io. Come nella poesia del primo Montale, infatti, il mare è forza primigenia e incondizionata: correlativo oggettivo, preciso come un mappa millimetrata, del nostro inconscio, ad onta della sua stessa illimitatezza, del suo dinamismo perpetuo, della drammaturgia ininterrotta di onde e vento. Da un  lato una forza misteriosa e vitale, ‘che si muove anche di notte, e non sta ferma mai’, dall’altro uno spazio chiuso che la geometria –ricorsiva, e quasi Escheriana -  della razionalità compositiva non riesce a mettere al sicuro, a separare nettamente, a rendere lingua predominante.
Sciortino, è chiaro, gioca con tale impossibilità di quadrare il cerchio, e in questo senso, come lui stesso ben dice, la sua ricerca pittorica si risolve nell’equivalente iconografico del dispositivo retorico e cognitivo dell’ossimoro: accostare, o quasi giustapporre, parole o simboli pittorici di significato palesemente opposto, genera uno scarto cognitivo che, se non ci conduce a verità assolute, ci approssima però, indefinitamente, a una percezione sempre più precisa della realtà, in noi e intorno a noi, e delle polarità dialettiche che la configurano.
Sciortino si avvicina, a ogni tela di più, a tracciare il confine netto tra i due termini della polarità conscio/inconscio, ben consapevole che non si tratterà mai di pura registrazione dell’apparente: far vibrare la corda dell’ opposizione dialettica delle polarità (conscio/inconscio, ma anche eros/thanatos, senex/puer ) significa approssimarsi sempre più al grumo molle dell’esperienza vissuta da ognuno, a ciò che, a torto e a ragione, viene chiamato il ‘vero’. Quel ‘vero’ che, promanante da un flusso informe e franto di sensazioni, Sciortino – nell’impossibilità di ridurlo a immagine unitaria –  ricompone nei suoi elementi primari e oppositivi: ed esprime così la vitalità dell’esperienza a partire dalle sue stesse condizioni di possibilità, più che dal suo farsi concreto e puramente evenemenziale.
L’apparente impasse linguistica dell’ossimoro ci appare, col suo portato di sottile, talvolta disperata, ironia, la cifra più esatta della pittura di Sciortino: il brivido caldo che percorre lo spettatore dinanzi all’algida  geometria delle sua Illuminazioni, il loro nitore cromatico – con il mistero di una luce che non emerge da, e non si contrappone mai, a nessun buio – sono tutti preludi a ciò che più conta, e cioè alla ricomposizione dell’ossimoro pittorico in una tensione irrisolta e aperta. È qui che si compie il mistero della verità dell’esperienza individuale: nell’arrendersi alla naturale analogia di ogni possibile geometria dell’anima con il mare che ci portiamo dentro.
Maurizio Padovano
Francesco Sciortino un pittore 'secondo natura'
Ho seguito negli anni il lavoro di Sciortino, l'ho apprezzato e visto crescere. La sua naturale
inclinazione era chiara fin dall'inizio. Ma oggi, è arrivato ad una piena maturità artistica. Splendidi i
suoi dervisci suonatori.
Auguro alla sua mostra grande successo, perchè lo merita.
Franco Battiato
Il cerchio sacro dei Dervisci

Occorre pazienza. E tempo. Non c'è vicenda autenticamente artistica che possa prescinderne. Non ne prescinde di certo la storia artistica di Francesco Sciortino, pittore baàrioto dalla mano consolidata e dall'occhio vertiginosamente proiettato verso un immaginario che, anche in contesti figurativi, rimane fortemente metafisico. Sciortino credo sia ormai una delle realtà pittoriche più consolidate e significative non solo della nostra città, ma della regione intera. Pittore autentico, schivo e misuratissimo, l'artista baàrioto sa bene che l'eterno  ut pictura poesis è possibile soltanto a condizione di un totale dominio della grammatica del dipingere, al di là delle mode e delle scuole all'ultimo grido: una grammatica che egli conosce come pochi, e che sola rende possibile la creazione di un mondo pittorico autosufficiente, di uno stile sicuro, di un occhio che sa vedere l'essenziale.   Perché la pittura di Sciortino - e i Dervisci danzanti, i musici sufi che apprezziamo in quest'ultima fatica ne sono ulteriore dimostrazione - è davvero poesia per immagini e colori. La sua immaginazione pittorica risulta sapienziale, e talvolta ieratica, come i salmi dell'antico Testamento, mentre il procedere per velature successive  e sempre più impalpabili costituisce la misura prosodica, musicale, del suoi frammenti di cosmo dipinti.  Non si può passare affatto sotto silenzio che tali risultati  scaturiscono dal totale controllo di quella grammatica pittorica che rende virtuosa la fusione di gesto e parola, di segno e senso, di colore e idea.
La mostra 'Il Cerchio Sacro dei Dervisci'  mette in luce come il mondo pittorico di Sciortino sia cresciuto nel tempo, con la lentezza virtuosa di chi sa attendere che la vita e l'arte facciano il proprio corso, fino alla luminosa dimensione attuale. Come ha sottolineato il cantautore catanese "La sua naturale inclinazione era chiara fin dall'inizio, ma oggi è arrivato a una piena maturità artistica". Ha ragione Battiato: tra le cose che più colpiscono, nella storia artistica di Sciortino, ci sono la chiarezza e la decisione ( che come sempre, negli artisti autentici, diventa ossessione) con le quali, fin dai primordi della sua carriera, egli ha costruito il proprio temario pittorico. A noi, estimatori d'antica data, non resta che attendere l'evoluzione successiva di questo cammino.
Maurizio Padovano
                  Illuminazioni

“Come in alto così in basso” affermava il Trismegisto che, probabilmente, non aveva previsto così in basso. La saggezza di ogni tempo dimostra quanto sia importante il viaggio per la crescita interiore; forse perché al concetto autentico di viaggio è legata la necessità di mettere da parte il mondo materiale nel quale si è stati gettati. Però la ruota della vita attuale sembra imperniata sull’ossessiva tensione verso il basso per la mattonella che porta a dimenticare la pacifica vastità che si  estende al di là del pavimento che, per quanto possa essere esteso, è pur sempre limitato. Ma, dopotutto, non è che abbiamo bisogno proprio dei limiti per sentirci al sicuro? I nostri sforzi sono tutti tesi ad aggiungere mattonelle al pavimento del nostro ego quando, invece, dovrebbe servirci da trampolino per tuffarci in quel ‘mare dell’anima’, di cui parla Farid Addin Attar, nel quale possiamo trovare quella pace, la vera pace, che non è il contrario di guerra ma una visione unificante che è propria dell’‘occhio del cuore’ e che racchiude in sé ogni dualismo. In essa bene e male, spirito e materia, pensante e pensato, io e tu cessano di esistere per lasciare il posto a un nulla che è pienezza totale oppure, nel caso dei miei dipinti, alla luce che, come nell’ultima visione del paradiso dantesco, è l’elemento naturale più adatto a simboleggiare l’Assoluto quale fonte suprema di illuminazione.
FRANCESCO SCIORTINO
Bagheria    2003
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